Rabbini Italiani

26 Iyar 5777

Immanuèl Chay Ricchi

Rabbì Immanuèl Chay Ricchi fu uno dei maggiori kabbalisti italiani.

Era nato a Ferrara nel 1688, ed ebbe una vita travagliata e breve. Riuscì tuttavia a farsi un nome in vari campi del sapere. Quando aveva due anni si trasferì coi genitori a Rovigo. All’età di sei anni rimase orfano di padre, e crebbe in casa dello zio materno, Rabbì Yedidyà Rovigo. Studiò Torà, Talmùd e Posekìm presso Rav Nathàn Pincherle, ed ottenne il titolo rabbinico a Trieste nel 1717 presso Rav Hillèl Tedeschi. Fu successivamente incaricato di reggere la cattedra rabbinica di Gorizia. Lì si dedicò assiduamente allo studio della Kabbalà, al punto da decidere di lasciare la cattedra per dedicarsi solo allo studio in Israele. Dopo alterne vicende, giunse a stabilirsi a Safed nel 1718. Solo due anni dopo, una pestilenza che mieté numerosissime vittime lo spinse a lasciare la città; pensò allora di tornare in Italia fino alla fine del contagio, per poi tornare, ma fu preso in ostaggio dai pirati, che lo portarono in Africa settentrionale.

Lì fu riscattato ad alto prezzo, e riuscì a raggiungere Firenze, ove resse la cattedra rabbinica fino al 1723. In quell’anno decise di dedicarsi agli affari, e quindi smise di occuparsi di rabbinato per timore che gli interessi oscurassero l’assoluta onestà di giudizio necessaria ad un Rav.

Per il suo fortissimo senso di religiosa correttezza ed onestà, decise di occuparsi personalmente della diffusione dei suoi libri, e ciò lo portò a visitare moltissimi luoghi: Salonicco, Costantinopoli, Amsterdam, Londra…. Durante questi viaggi tornò in Israele e vi soggiornò tre anni, poi tornò in Italia dove vagò da un posto all’altro per vendere i suoi libri.

Nel 1743, nei pressi di Reggio Emilia fu assalito ed ucciso dai briganti, che lo seppellirono di nascosto, ma dopo pochi giorni la salma fu ritrovata, e gli Ebrei di Modena si occuparono di dargli degna sepoltura. La Tradizione ci narra che fu impiccato ad un’albero con le retzuot  dei suoi stessi Teffillìn. La sua morte fu pianta da Ebrei di tantissime Comunità d’Italia.

Il suo testo fondamentale è il “Mishnàt Chassidìm” (2 )(Amsterdam 1727), nel quale spiega col linguaggio chiaro alcuni concetti kabbalistici. Il testo è diviso in trattati, sull’esempio della Mishnà. Scrisse poi un compendio del precedente, il “Yòsher Levàv” (Amsterdam 1737). Ancora in vita pubblicò il “Maassè Choshèv” (Venezia 1716) sulla costruzione del Mishkàn, basandosi sull’opera “Melékhet Ha-Mishkàn” di Rabbì Yosèf Shallìt Richetti, che elogia ampiamente; “Hon Ashìr” (Amsterdam 1731), una spiegazione di alcuni termini oscuri della Mishnà; “Choshèv Machashavòt” (Amsterdam 1732), sulla Bibbia e sulla Aggadà; “Addéret Eliyàhu” (Livorno 1742) in due volumi, con studi talmusici e responsi rituali. Nello stesso anno (1742) cominciò a stampare a Livorno anche il libro “Chazè Tziyòn”, un commento ai Salmi, ma non ne vide il completamento, in quanto il libro uscì dopo la sua improvvisa morte, nel 1743.

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