Rabbini Italiani

2 Tammuz 5777

Hillèl da Verona

Rabbì Hillèl da Verona, in realtà, ad essere effettivamente veronese era suo nonno Rabbì El‘azàr, ma l’appellativo divenne una delle prime forme di cognome. Rabbì Hillèl nacque intorno al 1220 e morì dopo il 1291. Studiò Torah presso Rabbì Yonà Ghirondi ed ebbe anche profonde conoscenze filosofiche e scientifiche; si sa che conosceva anche l’arabo ed il latino. A Montpellier studiò medicina ed operò come medico in varie città d’Italia. Visse anche a Roma, dove collaborò con Rabbì Itzchàk ben Mordekhày (detto Maestro Gaio), che era il medico personale del papa. Visse successivamente a Capua (dal 1260 al 1271). Lì compose un commento al “Morè Nevukhìm” del Maimonide. Ebbe fra i suoi allievi Rabbì Avrahàm Abulafia, esperto di misticismo, dal suo maestro avviato allo studio del Maimonide. In vecchiaia si trasferì a Forlì, dove morì.

Rabbì Hillèl fu un grandissimo estimatore della filosofia maimonidea del “Morè”; ciò può essere forse spiegato da quanto egli stesso racconta del suo Maestro, Rav Ghirondi, che da strenuo oppositore del Maimonide ne diventò sostenitore pubblicamente. Ai suoi tempi ci fu una vasta polemica contro il Maimonide suscitata dal mistico francese (che viveva in Israele, ad Acco) Rabbì Shelomò Petit; alla notizia che questi voleva giungere alla scomunica dei libri del Maimonide, Rabbì Hillèl intervenne presso il suo amico Maestro Gaio scongiurandolo di non aderire alla campagna antimaimonidea (in genere l’Italia intera sostenne la posizione del Maimonide, a differenza di molti Rabbini tedeschi e francesi), impegnandosi a spiegare i punti controversi del “Morè”. Propose anche una commissione rabbinica di altissimo livello che giudicasse la questione. Alla fine, fu Rabbì Shelomò Petit ad essere scomunicato.

Rabbì Hillèl fu uno dei fondatori della scuola filosofica dell’Ebraismo italiano. Oggetto principale della sua indagine fu l’essenza e le caratteristiche dell’anima; da questo studio nasce, in vecchiaia, la sua opera più famosa, composta a Forlì nel 1290 – 91 e stampata nel 1874, “Tagmulè Ha-Néfesh”. Ad essa vennero allegati altri suoi scritti, fra i quali il commento ad alcuni passi del “Morè”, uno studio sul libero arbitrio, sul perché l’uomo sia destinato a morire e sulla caduta degli angeli. Egli stesso cita anche un commento al Cantico dei Cantici che non ci è pervenuto.

Rabbì Hillèl si discosta dall’interpretazione maimonidea di alcuni passi della Torah come puramente allegorici o come visioni profetiche: per lui i miracoli sono tutti miracoli reali ed evidenti. Anche a proposito della lotta di Giacobbe con l’angelo egli scrive che essa è stata effettivamente una lotta fisica, anche se l’angelo non era certamente materiale: egli fece agire forze spirituali che circondavano Giacobbe e queste poterono danneggiarlo fisicamente. Per queste sue posizioni fu criticato da Rabbì Zerachyà ed accusato di staccarsi dall’interpretazione allegorica del Maimonide, e perfino invitato a recarsi a Roma per discuterne pubblicamente con illustri Maestri.

Nel “Tagmulè Ha-Néfesh” Rabbì Hillèl cita un’altra sua composizione intitolata “Ma’amàr Ha-Darvan” su episodi miracolosi della Bibbia. Si sa che ha copiato e tradotto dal latino all’ebraico testi filosofici e medici, alcuni dei quali raccolti in un libro intitolato “Séfer Kerithùt”.

Da tutti i suoi scritti si dimostra un grandissimo ma umile Maestro, sempre preoccupato di raggiungere “l’armonia fra l’intelletto e la fede” e “l’armonia su Israele”.

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