Rabbini Italiani

2 Tammuz 5777

Avrahàm Rovigo

Rabbì Avrahàm Rovigo Kabbalista italiano a cavallo tra il diciassettesimo ed il diciottesimo secolo. Nato a Modena, della sua gioventù si sa poco. Era figlio di una famiglia facoltosa, e fin da giovane fu tra gli allievi – seguaci di Rabbì Moshè Zacuto, che fu il massimo esponente della Kabbalà italiana.

Fu molto amico di Rabbì Binyamìn Coen Vitale di Reggio Emilia, sospetto di sabbatianesimo, e quindi il sospetto ricadde anche sul Rovigo. Non fu mai Rabbino comunitario, e predilesse lo studio e l’insegnamento. Al suo sostentamento provvidero i fratelli, che gestivano gli affari di famiglia. Nel 1702 si trasferì in Israele con i famigliari, gli allievi e gli amici, in un unico gruppo di venticinque persone. Lì fondò un gruppo di studio, un “Midràsh”, in cui manteneva una decina di studiosi. Per mantenere il Midràsh, varie volte tornò in Europa – specificamente in Italia – anche per lunghi periodi.

Era molto rispettato per la sua profondità negli studi kabbalistici non solo in Italia, ma anche in Turchia, in Germania ed in Inghilterra. Durante il suo terzo viaggio in Europa soggiornò per diverso tempo a Mantova, dove anche diresse un gruppo di studiosi ed attivisti per le Yeshivòt israeliane, e lì morì nel 1714.

La parte fondamentale del suo insegnamento è racchiusa nel libro “Eshel Avrahàm” (Francoforte sull’Oder 1701) scritto dal suo migliore allievo, Rabbì Mordekhày Ashkenazi; il libro è “una spiegazione dei detti dello Zòhar e del mistero delle dieci Sefiròt ed altre questioni di Kabbalà e segreti trasmessigli dal suo maestro Rabbì Avrahàm Rovigo”.

Inoltre il Rovigo scrisse note e commenti al manoscritto più interessante di recente scoperta, che raccoglie la descrizione dei sogni e dei colloqui con un “Magghìd” (un angelo che rivela segreti dei mondi ultrasensibili) di Rabbì Mordekhày Ashkenazi, rivelazioni avvenute in casa del Rovigo a Modena. È stata pubblicata anche una relazione dettagliata della ‘aliyà di Rabbì Avrahàm Rovigo e del suo gruppo, redatta da un partecipante all’impresa, Rabbì Mordekhày De Lattes.

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